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La notizia ha occupato la ribalta di giornali e telegiornali per qualche giorno: il Tribunale amministrativo regionale del Lazio ha bocciato il provvedimento con cui il ministro della salute raddoppiava le dosi massime giornaliere consentite della cannabis. Di per sé il provvedimento ministeriale era stato il classico caso di montagna che partorisce un topolino, rappresentando infatti la concreta applicazione delle promesse elettorali che invece prevedevano l’abolizione totale della pessima legge anti-droga di Fini e Giovanardi. Anche su questo aspetto la sinistra ha naturalmente disilluso le speranze di chi l’aveva votata.
Forse è necessario fare chiarezza su cosa sia la dose massima giornaliera? E’ la quantità di droga che ciascuno può possedere andando incontro semplicemente a sanzioni amministrative (ritiro della patente, del passaporto, del porto d’armi, etc etc), superata la quale invece si incorre quasi automaticamente nel reato di spaccio, punito con pene fino ai 15 anni di reclusione. In questo senso la decisione del ministro Turco poteva essere vista come il tentativo di sottrarre a conseguenze penali il comportamento di qualche milione di persone (circa sei milioni di persone consumerebbero infatti cannabis in Italia). Ma perché il Tar ha bocciato questa decisione, dando ragione al ricorso di alcune comunità di recupero ed esponenti della destra? Principalmente perché ha espresso l’opinione che questo tipo di decisione non spetti al potere politico, bensì alla valutazione di commissioni scientifiche incaricate del compito. In un caso come nell’altro è chiaro che agli occhi dello Stato la singola persona non è comunque in grado di scegliere autonomamente e, per preservarne la salute, è quindi consentito l’intervento paterno di indirizzo e punizione. Insomma tutta la partita si gioca sulle quantità e, a volte, sui tipi di sostanze psicotrope permesse al buon cittadino consumatore.
Assumiamo un punto di vista differente da quello statale, svestiamo i panni del cittadino e indossiamo quelli delle persone concrete che siamo. Se ragionassimo mettendo al centro la nostra ricerca di benessere e libertà, esigenze così comuni a tutte le persone, allora scopriremmo quanto male possono farci le proibizioni e gli obblighi dello Stato. Potremmo scoprire che essere antiproibizionisti, benché utile e irrinunciabile, non è sufficiente: non si tratta solo di essere contro i divieti, la galera, le mafie e la robaccia che si trova sul mercato. La nostra possibilità di conoscere e provare, di scoprire e viaggiare, di autoprodurre e scambiare sottraendoci ai meccanismi del mercato legale e illegale, potrebbe essere il punto di partenza tramite il quale decidere cosa utilizzare, in quali quantità e con quali modalità.
Siamo pronti ad affrontare un percorso di questo tipo? Forse vale la pena provarci o almeno provare a discuterne.

