Scavalcarlo, aggirarlo, scavare alle fondamenta, farlo saltare in aria, provare a bussare con un martello – nel caso qualcuno fosse all’ascolto dall’altra parte, perché ci sono eventualità che non si possono escludere del tutto senza almeno avere provato a verificarle. Ma non lo saltò, non lo aggirò, non lo bucò, non esplose dinamite, né picchiò alle sue pareti.
Scelse un luogo un po’ riparato, sotto i rami di un albero, e si mise in una strana posizione d’attesa come se qualcosa fosse lì lì per succedere. Qualcosa sarebbe bene successo, pensava. E mentre pensava passava il tempo; prima i giorni, poi le settimane e i mesi, ma qualcuno riferisce di aver visto almeno un paio di volte le foglie diventare gialle per poi cadergli tutt’intorno.
Chi passava lì appresso non mancava di chiedersi cosa aspettasse, i più colti a volte intrattenevano gli amici con azzardati paragoni con la celebre tragicommedia di Beckett, mentre i più distratti lo sfioravano con uno sguardo traverso.
Aveva guardato le montagne scure che diventavano candide e circondate dall’azzurro dei cristalli di ghiaccio. Tutto e tutti si muovevano, andavano, facevano, si affannavano, mentre le montagne avevano il pregio di rimanere fisse, sempre uguali a sé stesse benché rivestite da mantelli diversi per assecondare le stagioni. Ma per la maggior parte del tempo rimase a fissare l’ostacolo che aveva davanti, e il muro aveva taciuto, non si era mosso, aveva opposto la stessa identica e molle resistenza ai suoi sforzi di penetrarlo o almeno di conoscerlo.
Un giorno, con grande sorpresa degli abituali passanti, si alzò in piedi e, scrollatesi di dosso le foglie secche e la polvere che nel frattempo si erano depositate, si diresse verso il muro. Tutti si aspettavano che prendesse la rincorsa per saltarlo, o che astutamente lo aggirasse, che pigliasse una mazza per praticarne una breccia, che provasse finalmente a picchiare ritmicamente dei suoni per attirare l’attenzione dell’eventuale confinante. Qualcuno temeva che , preso da esasperazione, preparasse una carica esplosiva. Non successe nulla di tutto questo.
Solo lo tastò seguendo la fuga della malta tra i mattoni, ne sentì le superficie ruvida e fredda, grattò il muschio che cresceva qua e là; infine guardò per l’ultima volta la cima che tagliava il cielo sopra la sua testa.
Poi, infilate le mani nelle tasche, riprese a camminare dal punto in cui s’era interrotto.

